Gesù Ti amo Ti adoro Ti benedico
Estratti dal Libro di Cielo - Gesù Maestro
Luisa Piccarreta












estratti dal Libro di Cielo [Gesù Maestro] presenti nella pagina: settantasette (77) - data utimo aggiornamento: 13 giugno 2026



Quindi, diceva Gesù, ritornando alla fede:
«Per ottenere bisogna credere; come al capo, senza la vista degli occhi tutto è tenebre, tutto è confusione, tanto che se volesse camminare, or cadrebbe ad un punto, ora ad un altro e finirebbe col precipitare del tutto.

Così all'anima, senza fede non fa altro che andare di precipizio in precipizio; ma la fede serve di vista all'anima e come luce che la guida alla vita eterna, or da che viene alimentata questa luce della fede: dalla Speranza.

Or, di quale sostanza è questa luce della Fede e questo alimen­to della Speranza: la Carità.

Tutte e tre queste virtù sono innestate tra loro, in modo che una non può stare senza dell'altra.

Difatti, che giova all'uomo credere le immense ricchezze della Fede se non le spera per sé?
Le guarderà, sì, ma con occhio indifferente, perché sa che non sono sue; ma la Speranza somministra le ali alla luce della Fede e, sperando nei meriti di Gesù Cristo, le guarda come sue e viene ad amarle».
«La Speranza - diceva Gesù - somministra all'anima una veste di fortezza, quasi di ferro, in modo che tutti i nemici coi loro strali non pos­sono ferirla, non solo, ma neppure apportare il minimo disturbo.
Tutto è tranquillità in lei, tutto è pace.

Oh! è bello vedere quest'anima investita della bella Speranza, tutta appoggiata al suo Diletto, tutta diffidente di sé e tutta confidente in Dio.
Disfida i nemici più fieri, è regina delle sue passioni, regola tutto il suo interno, le sue inclinazioni, i desideri, i pal­piti, i pensieri con una maestria tale, che Gesù stesso ne resta innamo­rato perché vede che quest'anima opera con tale coraggio e fortezza; ma questa l'attinge e lo spera tutto da lui, tanto che Gesù vedendo questa ferma Speranza niente sa negare a quest'anima».
Ora, mentre Gesù parlava della Speranza, si ritirava un poco, la­sciandomi una luce nell'intelletto.
Chi può dire ciò che comprende­vo sulla Speranza. Se le altre virtù, tutte servono ad abbellire l'anima, ma ci possono far vacillare e renderci incostanti; invece la Speranza rende l'anima ferma e stabile, come quei monti alti che non si possono muovere un tantino.

A me sembra che [al]l'anima investita dalla Speranza, succede come a certi monti altissimi, che tutte le intemperie dell'aria non gli possono recare nessun nocumento sopra di questi monti; non penetra né neve, né venti, né caldo, qualunque cosa vi si potrebbe mettere sopra, si può star sicuro, ancorché passassero cent'anni, che là dove si mette, là si trova.
Tale è appunto l'anima vestita dalla Speranza, nessu­na cosa le può nuocere: né la tribolazione, né la povertà, né tutti i vari accidenti della vita, la sgomentano un istante.
Dice fra sé: «Io tutto posso operare, tutto posso sopportare, tutto soffrire sperando in Gesù che forma l'oggetto di tutte le mie speranze».

La Speranza rende l'anima quasi onnipotente, invincibile e somministra all'anima la perseveranza finale, tanto che, allora cessa di sperare e di perseverare, quando ha preso possesso del regno del cielo; allora depone la Speranza e tutta si tuffa nell'oceano immenso dell'amore divino.
«Se la Fede fa credere, la Speranza fa sperare, la Carità fa amare. Se la Fede è luce e serve di vista all'anima, la Speranza, che è l'alimento della Fede, somministra all'anima il coraggio, la pace, la perseveranza e tutto il resto. La Carità, che è la sostanza di questa luce e di questo alimento, è come quell'unguento dolcissimo e odoro­sissimo che penetrando dappertutto, lenisce, raddolcisce le pene della vita.

La Carità rende dolce il patire e fa giungere anche a desiderarlo. L'anima che possiede la Carità spande odore dappertutto, le sue ope­re, fatte tutte per amore, danno un odore graditissimo, e qual'è questo odore? È l'odore di Dio stesso.

Le altre virtù rendono l'anima solitaria e quasi rustica con le creature; la Carità invece, essendo sostanza che unisce, unisce i cuori, ma dove? In Dio.

La Carità essendo unguento odorosissimo si spande dappertutto e con tutti.

La Carità fa soffrire con gioia i più spietati tormenti, e giunge a non saper stare senza il patire, e quando se ne vede priva dice al suo Sposo Gesù: - Sostenetemi coi frutti, qual'è il patire, perché languisco d'amore, e dove altro posso mostrarti il mio amore (se non) che nel patire per Te? -.

La Carità brucia, consuma tutte le altre cose, ed anche le stesse virtù, e converte tutte in sé.
Insomma, è qual regina che vuol regnare dappertutto, e che non vuol cederla a nessuno.
Nella parola fede comprendevo che la fede è Dio stesso.
Come al corpo il cibo materiale dà vita acciocché non muoia, così la fede dà la vita all’anima; senza la fede l’anima è morta.

La fede vivifica, la fede santifica, la fede spiritualizza l’uomo e gli fa tenere l’occhio all’Ente Supremo, in modo che niente apprende delle cose di quaggiù, e se le apprende, le apprende in Dio.

Oh, la felicità di un’anima che vive di fede!
Il suo volo è sempre verso il cielo; in tutto ciò che le succede si rimira sempre in Dio, ed ecco come: nella tribolazione, la fede la solleva in Dio, e non se ne affligge, neanche mena lamento, sapendo che non deve formare qui il suo contento, ma nel cielo. Così, se la gioia, la ricchezza, i piaceri, la circondano, la fede la solleva in Dio e le fa dire fra sé: “Oh, quanto sarò più contenta, più ricca nel cielo!”. Quindi, di questi beni terreni ne prende fastidio, li disprezza, se li mette sotto i piedi.
L’umiltà è la pianta più piccola che si potesse trovare, ma i suoi rami sono così alti che giungono fino al cielo, serpeggiano intorno al mio trono e penetrano fin dentro il mio cuore.
La piccola pianta è l’umiltà, i rami che somministra questa pianta è la confidenza, sicché non si può dare [non ci può essere] vera umiltà senza confidenza.
L’umiltà senza confidenza è virtù falsa
Siccome nel cielo uno è il capo, che è Dio, e molti sono i santi, di diverse condizioni, ordini e meriti, così nella mia Chiesa uno è il capo, qual è il Papa, e fin nel triregno che circonda il suo capo viene adombrata la Trinità Sacrosanta; e molte sono le membra che da questo capo dipendono, cioè diverse dignità, diversi ordini, superiori ed inferiori, dal più piccolo fino al più grande; tutti servono ad abbellire la mia Chiesa, ognuno secondo il suo grado ha l’ufficio a lui compartito.
Con l’esatto adempimento delle virtù, viene a dare di sé nella mia Chiesa uno splendore odorosissimo, in modo che la terra e il cielo restano profumati ed illuminati, e le genti restano tanto attirate da questa luce e da questo profumo che riesce quasi impossibile non arrendersi alla verità.

Lascio considerare a te poi quelle membra infette, che invece di rendere luce danno tenebre.
Quanto strazio fanno nella mia Chiesa!
Figlia mia, che sarà di tante opere anche buone fatte senza retta intenzione, per usanza e per fine d’interesse?
Quale vergogna non sarà di loro nel giorno del giudizio, nel vedere tante opere buone in sé stesse, ma marcite dalla loro intenzione, che invece di renderle onore come a tante altre, le stesse loro azioni le renderanno vergogna?

Perché non sono le opere grandi che miro, ma l’intenzione con cui si fanno; qui è tutta la mia attenzione
L’umiltà veste l’anima d’una sicurezza tale, in modo che le astuzie del nemico non vi penetrano dentro.
L’umiltà mette in salvo tutte le grazie celesti, tanto che dove veggo l’umiltà abbondantemente faccio scorrere qualunque specie di favori celesti.
Perciò non voler disturbarti per questo, ma con occhio semplice guarda sempre nel tuo interno se sei investita della bella umiltà, e di tutto il resto non curarti di niente
Come sono io verità eterna che non inganna, così l’anima che possiede la giustizia fa rilucere in tutte le sue azioni la verità; quindi conoscendo per esperienza la vera luce della verità, se qualcuno vuole ingannarla con la luce che avverte in sé, subito conosce l’inganno; onde avviene che con questa luce della verità non inganna sé stessa né il prossimo, né può ricevere inganno.

Frutto che produce questa giustizia e questa verità è la semplicità, ch’è un’altra qualità dell’essere mio, e che penetra ovunque.
Non c’è cosa che può opporsi a farmi penetrare dentro: penetra nel cielo e negli abissi, nel bene e nel male; ma l’essere mio, semplicissimo, penetrando anche nel male non s’imbratta, anzi non ne riceve il minimo adombramento.

Così l’anima con la giustizia e con la verità va raccogliendo in sé questo bel frutto della semplicità; penetra nel cielo, s’introduce nei cuori per condurli a me, penetra in tutto ciò ch’è bene e, trovandosi coi peccatori a vedere il male che fanno, non resta imbrattata, perché essendo semplice subito si sbriga, senza ricevere nocumento alcuno. È tanto bella la semplicità che il mio cuore resta ferito ad un solo [suo] sguardo.
Un’anima semplice è d’ammirazione agli angeli ed agli uomini
e se pare che si gode pace è pace falsa, perché va d’accordo con le proprie passioni, ma giammai con le virtù, e si finisce col rovinare, perché discostandosi dall’ubbidienza [le creature] si discostano da me che fui il re di questa nobile virtù.

Poi l’ubbidienza uccide la propria volontà ed a torrenti riversa la divina, tanto che si può dire che l’anima ubbidiente non vive della volontà sua, ma della divina.
E si può dare vita più bella, più santa del vivere della Volontà di Dio medesimo?
Onde con le altre virtù, anche la più sublime, ci può stare l’amor proprio, ma con l’ubbidienza non mai
e quando la luce entra in una stanza oscura, che fa? Snebbia le tenebre e fa scovrire gli oggetti che ci sono, brutti o belli, se ci sta ordine o disordine, e dal modo come trova si giudica la persona che occupa quella stanza.

Or la vita umana è la stanza oscura, e quando la luce della verità entra in un’anima snebbia le tenebre, cioè fa scovrire il vero dal falso, il temporale dall’eterno; onde caccia da sé i vizi e si mette l’ordine delle virtù, perché essendo la mia luce santa, che è la stessa Divinità, non potrà comunicare altro che santità ed ordine.
Quindi l’anima si sente uscire da sé luce di pazienza, d’umiltà, di carità ed altro.

Se la mia parola produce in te questi segni, a che pro temere?
che mette pace a tutto; perché con la fede, con la carità, ci possono stare le tribolazioni, ma la speranza essendo vincolo di pace converte tutto in pace.

La speranza è sostegno, la speranza è ristoro; e quando l’anima sollevandosi con la fede, vede la bellezza, la santità, l’amore con cui da Dio viene amata, l’anima si sente attirata ad amarlo, ma vedendo la sua insufficienza, il poco che fa per Dio, il come dovrebbe amarlo e non l’ama, si sente sconfortata, turbata e quasi non ardisce d’avvicinarsi a Dio; subito esce questa madre paciera della speranza, e mettendosi in mezzo alla fede e alla carità incomincia a fare il suo uffizio di paciera; quindi mette in pace di nuovo l’anima, la spinge, la solleva, le dà nuove forze, e portandola innanzi al re della fede ed alla regina della carità, fa le sue scuse per l’anima, mette innanzi all’ani­ma nuova effusione dei suoi meriti e li prega di volerla ricevere.
E la fede e la carità, avendo di mira solo questa madre paciera sì tenera e compassionevole, ricevono l’anima, e Dio forma la delizia dell’anima e l’anima la delizia di Dio
L’ubbidienza è la quint’essenza dell’amore; l’ubbi­dienza è l’amore più fino, più puro, più perfetto, estratto dal sacrifizio più doloroso, qual è il distruggere sé medesimo per rivivere di Dio.
L’ubbidienza, essendo nobilissima e divina, non ammette nell’anima niente d’uma­no, che non fosse suo.
Perciò tutta la sua attenzione è distruggere nell’anima tutto ciò che non appartiene alla sua nobiltà divina, qual è l’amor proprio; e fatto questo, poco si cura che essa sola stenti fatica in ciò che appartiene all’anima, e l’anima la fa tranquillamente riposare.
Finalmente l’ubbidienza sono io medesimo
Figlia non posso; io sono come un re che vuole andare dentro una casa, ma quella casa è piena di cose immonde, di marciume e di tant’altre sporcizie.
Il re, come re, ha il potere d’entrarvi; non c’è nessuno che [glie]lo possa impedire; ed anche con le sue proprie mani può pulire quell’abitazione, ma non vuol farlo perché non è decente alla sua reale persona scendere a tante bassezze, e fino a tanto che quell’abitazione non verrà pulita da altri, con tutto ciò che ne tiene il potere, il volere ed un gran desiderio, fino a soffrire, mai si benignerà a mettervi il piede.
Tale sono io, sono Re che posso e voglio, ma voglio la loro volontà; voglio che tolgano il marciume delle colpe, per entrarvi e far pace con loro. No, non è decente alla mia regalità l’entrarvi e rappacificarmi con loro, anzi non farò altro che mandare castighi. Il fuoco della tribolazione l’inonderà dappertutto, fino ad atterrarli, acciocché si ricordino che esiste un Dio, che solo che può aiutarli e liberarli
giacché peccato e speranza non possono stare insieme.

Ogni ragione ritiene che ognuno è obbligato a rispettare, coltivare ciò che è suo. Chi è quel­l’uomo che va nei suoi terreni e vi brucia ciò che possiede? Chi è che non tiene gelosamente custodita la sua roba?
Credo nessuno.

Ora l’anima che vive nella speranza, col peccato offenderebbe la speranza, e se stesse in suo potere brucerebbe tutti i beni che possiede la speranza. Ed allora si troverebbe nella sventura di quella tale che, abbandonando i suoi beni, va a vivere in terre straniere; così l’anima, col peccato, uscendo da questa madre paciera della speranza, sì tenera e pietosa che giunge ad alimentarla con le stesse sue carni, qual è Gesù in sacramento, oggetto primario di nostra speranza, se ne va a vivere in mezzo a gente barbara, quali sono i demoni, che negandole ogni minimo ristoro non l’ali­mentano d’altro che di veleno, qual è il peccato.

Eppure questa madre pietosa della speranza che fa?
Mentre l’anima s’allontana da lei, se ne starà forse indifferente?
Ah, no! Piange, prega, la chiama con le voci più tenere, più commoventi, le va appresso, ed allora si contenta quando la riconduce nel suo regno.

La natura della speranza è pace, e ciò che lei è per natura, l’anima che vive nel seno di questa madre paciera conseguisce per grazia
e chi vive in grembo a lei ed è allevata sulle sue ginocchia, tutto ciò che vuole ottiene.

Che cosa vuole l’anima? Gloria, onore?
La speranza le darà tutto l’onore e la gloria più grande in terra presso tutte le genti, ed in cielo la glorificherà eternamente.

Vorrà forse ricchezza?
Oh! Questa madre che è la speranza è ricchissima e, quello ch’è più, [è] che dando i suoi beni ai suoi figli, non restano punto scemate le sue ricchezze, poi queste ricchezze non sono fugaci e passeggere, ma sempiterne.

Vorrà piaceri, contenti?
Ah, sì! Questa speranza contiene in sé tutti i piaceri e gusti possibili che trovar si possono in cielo ed in terra, e che nessun altro potrà mai pareggiarla, e chi al suo seno si nutrisce, a sazietà ne gusta; ed oh, come è felice e contenta!

Vorrà essere dotta, sapiente?
Questa madre speranza contiene in sé le scienze più sublimi, è la maestra di tutti i maestri, e chi da lei si fa insegnare apprende la scienza della vera santità
di modo che, se uno è debole gli darà la fortezza, se un altro è macchiato, la speranza istituì i sacramenti, ed ivi ha preparato il lavacro alle sue macchie; se vi sente fame e sete, questa madre pietosa ci dà il cibo più bello, più gustoso, quali sono le sue delicatissime carni, e per bevanda il suo preziosissimo sangue.
Che altro può fare di più questa madre paciera della speranza?
E chi altro mai è simile a lei?

Ah, solo lei ha rappacificato cielo e terra, la speranza ha congiunto con sé la fede e la carità ed ha formato quell’anello indissolubile tra l’umana natura e la divina.

Ma chi è questa madre?
Chi è questa speranza?
È Gesù Cristo, che operò la nostra redenzione e formò la speranza dell’uomo fuorviato
nei cuori dei superbi non v’è altro che un vuoto tutto pieno di fumo che produce la cecità.
La superbia non fa altro che rendere sé stesso un idolo; sicché l’anima superbiosa, in sé non ha il suo Dio; col peccato ha cercato di distruggerlo nel suo cuore, ed alzando l’altare nel suo cuore, vi si mette sopra e adora sé stessa
La mia grazia rende felice l’anima dei beati comprensori e rende felice l’anima dei viatori, con questa sola differen­za, che i comprensori beandosi e deliziandosi, e i viatori lavorando e mettendola a traffico.

Sicché chi possiede la grazia ritiene in sé stessa il paradiso, perché la grazia non è altro che possedere me stesso, ed essendo io solo l’oggetto incantevole che incanta tutto il paradiso, che forma tutti i contenti dei beati, l’anima possedendo la grazia, dovunque si trova possiede il suo paradiso
Ed io in queste due parole ebbi luce intellettuale che mi faceva comprendere molte cose sulla purità, ma poco o niente so ridurre a parole di ciò che sento nell’intel­letto.
Ma l’onorevolissima signora obbedienza vuol che scriva qualche cosa anche spropositando, e per contentare lei sola dico i miei spropositi sulla purità.

Mi pareva che la purità fosse la gemma più nobile che l’anima può possedere.
L’anima che possiede la purità è investita di candida luce, in modo che Iddio benedetto rimirandola ritrova la sua stessa immagine; si sente tirato ad amarla, tanto che giunge ad innamorarsi di lei, ed è preso da tanto amore che le dà per ricetto il suo purissimo cuore, perché solo ciò che è puro e mondissimo entra in Dio; niente entra macchiato in quel seno purissimo.

L’anima che possiede la purità ritiene in sé il suo primiero splendore che Dio le ha dato nel crearla.
Niente è in lei deturpato, snobilitato, ma come regina che aspira alle nozze del Re celeste si conserva la sua nobiltà, fino a tanto che questo nobile fiore viene trapiantato nei giardini celesti.

Oh, come questo fiore verginale è fragrante di distinto odore!
Sempre s’innalza sopra tutti gli altri fiori ed anche sopra gli stessi angeli, come spicca di svariata bellezza!
Sicché tutti sono presi da stima e d’amore, e libero gli danno il passo, fino a farlo giungere allo sposo divino, in modo che il primo posto intorno a Nostro Signore è di questi nobili fiori. Onde Nostro Signore si diletta grandemente di passeggiare in mezzo a questi gigli che profumano la terra ed il cielo, e molto più si compiace d’essere circondato da questi gigli, che essendone egli il primo nobile giglio ed il modello, è l’esemplare di tutti gli altri.

Oh, come è bello vedere un’anima vergine!
Il suo cuore non dà altro alito che di purità e di candore; non è neppure ombrata d’altro amore che non è Dio. Anche il suo corpo spira odore di purità; tutto è puro in lei; pura nei passi, pura nell’operare, nel parlare, nel guardare, anche nel muoversi; sicché al solo vederla si sente la fragranza e vi si scorge un’anima vergine davvero.
Quali carismi, quali grazie, quale l’amore scambievole, gli stra­tagemmi amorosi tra quest’anima e lo sposo Gesù!
Solo chi li prova può dire qualche cosa, che neppure tutto si può narrare
tanto da masticarla come un cibo, e siccome quando un cibo è amaro, quanto più si mastica, tanto più si sente l’amarezza, così l’umiliazione ben masticata fa nascere la mortificazione; e queste sono due potentissimi mezzi, cioè l’umiliazione e la mortificazione, per uscire da certi intoppi ed ottenere quelle grazie che si vogliono.

Mentre pare nocevole all’umana natura, come il cibo amaro pare che voglia recare piuttosto male che be­ne, così l’umiliazione e la mortificazione, ma no.

Quanto il ferro è più battuto sopra l’incudine, tanto più sfavilla fuoco e resta purgato;
così l’anima, quanto più è umiliata e battuta sopra l’incudine della mortificazione, tanto più sfavilla scintille di fuoco celeste e resta purgata se veramente vuol camminare la via del bene; se poi è falsa succede tutto al contrario
tanto più si accosta alla verità e, trovandosi nella verità, cerca di spingersi nella via delle virtù da cui si vede molto lontana; e se si vede che si trova nella via delle virtù, scorge subito il molto che le resta da fare, perché le virtù non hanno termine, sono infinite come sono io.

Onde l’anima, trovandosi nella verità, cerca sempre di perfezionarsi, ma mai giungerà a vedersi perfetta.
E questo le serve e farà che l’anima stia continuamente lavorando, sforzandosi per maggiormente perfezionarsi, senza perdere il tempo in oziosità; ed io compiacendomi di questo lavoro, man mano la vado ritoccando per dipingere in lei la mia rassomiglianza.

Ecco perciò volli essere circonciso, per dare un esempio di grandissima umiltà che fece stordire gli stessi angeli del cielo
Come un fiore odorosissimo profuma il luogo dove si mette, così la pace riempie di Dio l’anima che la possiede
non solo, ma come pure a tutte le virtù che nell’anima si trovano; se è grave.

Se poi è veniale è un abbraccio feritore che rende l’anima debole ed inferma, ed insieme con essa si infermano le virtù che aveva acquistato.

Che arma micidiale è il peccato!
Solo il peccato può ferire e dar morte all’anima.
Nessun’altra cosa può nuocerle, nessun’altra cosa la rende innanzi a me obbrobriosa, odiosa, che il solo peccato
così il sacramento della confessione dà la vita e la risana dalle ferite e restituisce il vigore alle virtù; e questo più o meno secondo le disposizioni dell’anima. Così opera la virtù del sacramento
con uno si abbraccia alla mia umanità e della mia umanità se ne serve come scala per salire alla mia Divinità;
con l’altro si abbraccia alla Divinità ed a torrenti vi attinge le grazie celesti, sicché l’anima vi resta tutta inondata dell’Essere Divino.

Quando l’anima è confidente, è certa di ottenere ciò che domanda.
Io mi faccio legare le braccia, le faccio fare ciò che vuole, la faccio penetrare più dentro il mio cuore e da essa stessa faccio prendere quello che mi ha domandato.
Se ciò non facessi, mi sentirei in uno stato di violenza
non quelli che sono piccoli di ragione umana, ma quelli che sono piccoli di ragione divina.
Io posso dire che sono umile, che nell’uomo ciò che si dice umiltà, piuttosto si deve dire conoscenza di sé stesso, e chi non conosce sé stesso cammina già nella falsità
Solo la mia umanità fu ripiena di obbrobri e di umiliazioni, tanto da traboccarne fuori; ecco perciò innanzi alle mie virtù trema il cielo e la terra, e le anime che mi amano si servono della mia umanità come scala per salire e lambire qualche gocciolina delle mie virtù.

Dimmi un po’: dinnanzi alla mia umiltà dove è la tua?
Solo io posso gloriarmi di possedere la vera umiltà.

La mia Divinità unita alla mia umanità poteva operare prodigi in ogni passo, con le parole ed opere, ed invece volontariamente mi restringevo nel cerchio della mia umanità e mi mostravo il più povero e giungevo a confondermi cogli stessi peccatori.
L’opera della Redenzione in pochissimo tempo potevo operarla ed anche per una sola parola; ma volli per il corso di tanti anni, con tanti stenti e patimenti, fare mie le miserie dell’uo­mo; volli esercitarmi in tante diverse azioni per fare che l’uomo fosse tutto rinnovato, divinizzato anche nelle mi­nime opere, perché esercitate da me che ero Dio ed uomo, ricevevano uno splendore nuovo e restavano con l’impronta di opere divine.

La mia Divinità nascosta nella mia umanità, [volle] scendere a tante bassezze, assoggettarsi al corso delle azioni umane, mentre con un solo atto di Volontà avrei potuto creare infiniti mondi, [volle] sentire le miserie, le debolezze altrui, come fossero di essa mia umanità, e [volle] vedere questa, coperta di tutti i peccati degli uomini innanzi alla divina giustizia e che ne dovevo pagare il fio col prezzo di pene inaudite e con lo sborso di tutto il mio sangue.
Così esercitavo continui atti di profonda umiltà, ed eroica.

Eccoti o figlia la diversità grandissima della mia umiltà con l’umiltà delle creature che innanzi alla mia appena è un’ombra; anche quella di tutti i miei santi, perché la creatura è sempre creatura e non conosce quanto pesa la colpa come lo conosco io; sia pure che anime eroiche, sul mio esempio si sono offerte a soffrire le pene altrui, ma queste non son diverse da quelle delle altre creature; non son cose nuove per loro perché son formate dalla stessa creta.
Poi il solo pensare che quelle pene sono causa di nuovi acquisti e che glorificano Iddio è un grande onore per loro. Oltre di ciò la creatura è ristretta nel cerchio dove Iddio l’ha messa né può uscire da quei limiti ond’è stata circuita da Dio. Oh, se stesse in loro potere il fare e il disfare, quant’al­tre cose non farebbero! Ognuno giungerebbe alle stelle.

Ma la mia umanità divinizzata non aveva limiti, ma volontariamente si restringeva in sé stessa e questo era un intrecciare tutte le mie opere di eroica umiltà.

Era stata questa la causa di tutti i mali che inondano la terra, cioè la mancanza di umiltà; ed io con l’esercizio di questa virtù dovevo attirare dalla divina giustizia tutti i beni.

Ah, ché non si partono dal mio trono rescritti di grazia se non per mezzo dell’umiltà!
Né alcun biglietto può essere da me ricevuto se non contiene la firma dell’umiltà.

Nessuna preghiera ascoltano le mie orecchie e muove a compassione il mio cuore, se non è profumata dall’olez­zo dell’umiltà.

Se la creatura non giunge a distruggere quel germe d’onore, di stima, e questo si distrugge col giungere ad amare di essere disprezzata, umiliata, confusa, sentirà un intreccio di spine intorno al cuore, avvertirà un vuoto nel suo cuore che le darà sempre fastidio e la renderà molto dissimile dalla mia santissima umanità.

E se non giunge ad amare le umiliazioni, al più potrà qualche poco conoscere se stessa, ma non risplenderà innanzi a me vestita della bella e simpatica veste dell’umiltà
Chi può dire quante cose comprendevo su questa virtù e la differenza tra il conoscere sé stessa e l’umiltà?
Mi pareva di toccare con mano la distinzione di queste due virtù, ma non ho parola come spiegarmi.

Per dire qualche cosa mi avvalgo di un’idea, per esempio: un povero conosce che è povero, ed anche a persone che non lo conoscono e che forse possono credere che possiede qualche cosa manifesta schiettamente la sua povertà.
Si può dire che conosce sé stesso e dice la verità, e per questo viene più amato, muove gli altri a compassione del suo misero stato e tutti l’aiutano.
Tale è il conoscere sé stesso.

Se poi quel povero, vergognandosi di manifestare la sua povertà menasse vanto che lui è ricco, mentre tutti sanno che lui non tiene neppure le vesti come coprirsi e si muore di fame, che avviene?
Tutti lo disprezzano, nessuno l’aiuta ed addiviene soggetto di burla e di ridicolaggine a chiunque lo conosce; ed il misero, andando di male in peggio, finisce col perire.
Tale è la superbia innanzi a Dio ed anche innanzi agli uomini.
Ed ecco che chi non conosce sé stesso già esce dalla verità e precipita nella via della falsità.

Seguitando questo esempio ne viene di conseguenza un’altra forma di umiltà eroica che prende pure il merito della conoscenza di sé stesso.
Figuriamoci un ricco il quale nato fra gli agi e le ricchezze conosce bene di essere tale, di possedere ogni sorta di beni temporali, ma considerando le profonde umiliazioni alle quali si assog­gettò Nostro Signore Gesù Cristo per nostro amore, si innamora della santa umiltà, abbandona le ricchezze e tutti gli agi, si spoglia delle sue nobili vesti, si copre di miseri cenci, vive sconosciuto, a nessuno manifesta chi egli sia, si confonde coi più poveri, vive coi poveri come se fosse loro pari, fa le sue delizie i disprezzi e le confusioni.
Allora in costui si trova ciò che avviene nei santi, i quali tanto più si umiliano per quanto più conoscono che il Signore li colma delle sue grazie e dei suoi doni contro ogni loro merito.

Tanto nel primo esempio dei due poveri detti avanti, quanto in questo ricco, si vede come la conoscenza di sé stesso senza l’umiltà nuoce e a nulla giova, ma quanto genera l’umiltà è preziosissimo.

Ah, sì!
L’umiltà chiama la grazia, l’umiltà spezza le catene più forti, l’umiltà supera qualunque muro di divisione tra l’anima e Dio e a lui la ritorna.
L’umiltà è la piccola pianta, ma sempre verde e fiorita, non soggetta ad essere rosa dai vermi, né i venti, la grandine, il caldo potranno portarle nocumento né farla menomamente appassire.
L’umiltà, sebbene è la più piccola pianta, pure manda fuori rami altissimi che penetrano fino nel cielo e si intrecciano intorno al cuore di Nostro Signore; e solo i rami che escono da questa piccola pianta hanno libera entrata in quel cuore adorabile.
L’umiltà è l’àncora della pace nelle tempeste delle onde di questa vita.
L’umiltà è sale che condisce tutte le virtù e preserva l’anima dalla corruzione del peccato.
L’umiltà è l’erbetta che spunta sulla via battuta dai viandanti; l’umiltà mentre è calpestata scomparisce, ma subito si vede spuntare più bella di prima.
L’umiltà è qual innesto gentile che ingentilisce la pianta selvatica.
L’umiltà è il tramonto della colpa.
L’umiltà è la moneta della grazia.
L’umiltà è qual luna che ci guida nelle tenebre della notte di questa vita.
L’umiltà è come quello scaltro negoziante che sa ben trafficare le sue ricchezze, non ne fa sciupio neppure d’un centesimo della grazia che gli vien data.
L’umiltà è la chiave della porta del cielo, sicché nessuno può entrarvi se non si tiene ben custodita questa chiave.

Finalmente, altrimenti non la finisco più ed andrei troppo per le lunghe, l’umiltà è il sorriso di Dio e di tutto l’empireo, ed il pianto di tutto l’inferno
e per essere fedele devi essere come quell’eco che risuona dentro un vuoto, che non appena [si] incomincia ad emettere la voce, subito senza il minimo indugio si sente rimbombare l’eco appresso.
Così tu non appena incominci a ricevere la mia grazia, senza neppure aspettare che la compisca di dare, subito incomincia l’eco della tua corrispondenza
L’anima possiede tanti piccoli appartamenti dove ogni virtù pren­de il suo posto, sebbene si può dire che una sola virtù contiene in sé tutte le altre, e che l’anima possedendone una sola, viene ad essere corredata da tutte le altre virtù; ma con tutto ciò sono tutte distinte fra loro, tanto che ognuna vi tiene il suo posto nell’anima; ed ecco che tutte le virtù hanno il loro principio dal mistero della Sacrosanta Trinità, che mentre è Uno sono Tre distintamente, e mentre sono Tre è Uno.
Comprendevo pure che questi appartamenti nell’anima, o son pieni di virtù o del vizio opposto a quella virtù, e se non c’è né la virtù né il vizio, restano vuoti.

A me pareva come una casa che contiene tante stanze tutte vuote, o pure quelle stanze, chi piene di serpi, chi di fango, chi ripiena di qualche mobile pieno di polvere, chi oscura.
Ah, Signore, solo voi potete mettere in ordine la povera anima mia!
così la mortificazione dissecca tutti gli umori cattivi che ci sono nell’anima e la inonda d’un umore santificante, in modo da far germogliare le più belle virtù
Come al corpo dà vita l’ani­ma, così la grazia dà vita all’anima; ma non basta al corpo, per aver vita, aver l’anima solamente, ma abbisogna ancora di un cibo come nutrirsi e crescere a debita statura.
Così [al]l’anima non basta aver la grazia per aver vita, ma ci vuole un cibo per nutrirla e condurla a debita statura.

E qual è questo cibo?
È la corrispondenza, sicché la grazia e la corrispondenza formano quella catena inanellata che la conducono in cielo; ed a misura che l’anima corrisponde, la grazia viene formando gli anelli di questa catena
L’anima, guardando sempre il suo nulla e scorgendosi non essere altro che polvere, che vento, tutta la sua fiducia la rimetterà nella grazia, tanto da renderla padrona, e la grazia prendendo padronanza su tutta l’anima la conduce per il sentiero di tutte le virtù e la fa giungere all’apice della perfezione
che infetta i più bei fiori ed i più graditi frutti e penetra fin al fondo della radice, in modo che quell’umore infettante, invadendo tutto l’albero, lo rende appassito, squallido, e se non vi [si] pone rimedio con l’innaffiarlo con l’umore contrario, siccome quell’umore cattivo si è introdotto fin nella radice, dissecca la radice e fa cadere l’albero per terra.
Così succede all’anima che s’imbeve di quel­l’umore infettivo dello scoraggiamento
Come il sole illumina, vivifica e feconda la terra, così la luce della verità dà vita, luce, e rende feconde le anime di virtù.
Sebbene molte nubi, quali sono le iniquità degli uomini, offuscano questa luce di verità, con tutto ciò non lascio, da dietro le nubi, di mandare barlumi di luce vivificante onde riscaldare le anime; e se queste nubi sono nubi d’imperfezione e difetti involontari, questa luce squarciandole col suo calore, le fa svanire e liberamente s’introduce nell’anima
Come la calce ha virtù di concuocere gli oggetti che vi si menano dentro, così la mortificazione ha virtù di cuocere tutte le imperfezioni e difetti che si trovano nell’anima, e giunge a tanto che spiritualizza anche il corpo, e come cerchio vi si pone d’intorno e vi suggella tutte le virtù.
Fino a tanto che la mortificazione non ti concuoce ben bene l’anima come il corpo, fino a disfarlo, non può suggellare perfettamente in te il marchio della mia crocifissione
Come al corpo è necessaria la respirazione, e dall’aria buona o cattiva che si respira così resta infettata o purificata, come pure dalla respirazione si conosce se è sano o infermo l’interno dell’uomo, se tutte le parti vitali vanno d’accordo, così l’anima, se respira l’aria della mor­tificazione, tutto starà in lei purificato, tutti i suoi sensi suoneranno di uno stesso suono concordante, il suo interno rimanderà un respiro balsamico, salutare, forti­ficante.
Se poi non respira l’aria della mortificazione, tutto sarà discordante nell’anima, manderà un respiro puzzolente, stomachevole; mentre sta per domare una passione, un’altra si sfrena. Insomma la sua vita non sarà altro che un giuoco di fanciullo
ed è tanto il profumo che vi spando, che al mio olezzo vi resta attirato tutto l’empireo; e siccome io sono il lume che manda luce a tutti, tanto da tenerli inabissati nella luce, tutti i miei santi attingono da me le loro piccole lucerne, onde non c’è luce nel cielo che non è stata attinta da questo lume
ma è grazia conseguita, e questo si ottiene col rendersi simpatico, e l’anima si rende tale con la mortificazione e coi patimenti.

Oh, come si rende simpatica l’anima mortificata e sofferente!
Oh, come è speciosa!

Ed io vi prendo tale simpatia da impazzire per essa, e tutto ciò che vuole le dono.
Tu, quando sei priva di me, per amor mio soffri la mia privazione ch’è la pena più dolorosa per te, ed io prenderò più simpatia di prima e ti concederò nuovi doni
perché attirano la mia indignazione, e questo con giustizia, vedendo che mentre sono soggetti alle stesse miserie e debolezze, non fanno altro che alzar tribunale uno contro l’altro.
Se così fanno tra loro, che farò io, che sono santo e puro, con loro?
Invece se con carità si giudicano e si compatiscono l’uno con l’altro, così mi sento tirato ad usare misericordia con loro
Come la luce del sole riempie tutta la terra da un punto all’altro ‑ in modo che non vi è terra che non gode il benefizio della sua luce, non vi è persona che può lamentarsi d’essere priva dei suoi benefici influssi, tanto vero che il sole investendo tutto l’universo per poter dare luce a tutti, lo prende come in sua mano, solo può lamentarsi di non godere della sua luce chi sfuggendo dalla sua mano va a nascondersi in luoghi tenebrosi; eppure il sole continuando il suo caritatevole uffizio, lascia da mezzo le sue dita mandargli qualche spiraglio di luce ‑ così la mia grazia è un’immagine del sole, che dappertutto inonda le genti: poveri, ricchi, ignoranti e dotti, cristiani ed infedeli.
Nessuno, nessuno può dire d’esserne privo, perché la luce della verità e l’influsso della mia grazia riempie la terra al pari del sole nel suo pieno meriggio.

Ma qual è la mia pena nel vedere le genti che traversando questa luce ad occhi chiusi ed affrontando la mia grazia col torrente pestifero delle loro iniquità, fuor­viando da questa luce, volontariamente vivono in luoghi tenebrosi, in mezzo a nemici crudeli!
Essi sono esposti a mille pericoli, perché non avendo la luce non possono conoscere chiaramente se si trovano in mezzo ad amici o nemici, e sfuggire dai pericoli che li circondano.

Ah, se il sole avesse ragione e dagli uomini si potesse fare questo affronto alla sua luce, e taluni, giungendo a tale ingratitudine che per indispettire e non vedere il suo chiarore, si caverebbero gli occhi e così restano più sicuri di vivere nelle tenebre, ah, il sole invece di mandare luce manderebbe lamenti e lacrime di do­lore, da mettere sossopra tutta la natura!
Eppure ciò che si avrebbe orrore di rendere alla luce naturale, gli uomini giungono a tale eccesso da affrontare in tal modo la mia grazia; ma la mia grazia sempre benigna con loro, in mezzo alle stesse tenebre ed alla follia della loro cecità, manda sempre barlumi di luce, perché la mia grazia mai lascia nessuno, ma l’uomo volontariamente se ne esce da essa, e la grazia, non avendola [l’uomo] in sé, cerca di seguirlo coi barlumi della sua luce
Come il fuoco arde secondo le legna che vi si mettono [e] così tiene maggiore attività nel bruciare e consumare gli oggetti che vi si menano dentro, e per quanto è maggiore il fuoco altrettanto è maggiore il calore e la luce che contiene, così l’ubbidienza, per quanto è maggiore, altrettanto l’anima si rende abile a distruggere ciò che è materiale, e l’ubbidienza come a molle cera le dà la forma che vuole
Figlia mia, quanto più ti abbassi in te stessa tanto più mi sento tirato ad abbassarmi verso di te ed empirti della mia grazia.
Ecco perciò che l’umiltà è foriera della luce
Come l’uccello quando deve volare batte le ali, così l’anima [che è] mia, ai voli dei desideri batte le ali dell’umiltà, ed in quei battiti manda una calamita che mi attira, in modo che mentre lei prende il suo volo per venire a me, io prendo il mio per andare a lei
Figlia mia, il passaporto per entrare nella beatitudine che l’anima può possedere su questa terra, deve essere firmato con tre firme, e queste sono: la rassegnazione, l’umiltà e l’ubbidienza.

La rassegnazione perfetta al mio Volere è cera che liquefa i nostri voleri e ne forma uno solo, è zucchero e miele, ma per ogni resistenza al mio Volere la cera si disunisce, lo zucchero si rende amaro ed il miele si converte in veleno.
Or non basta essere rassegnata, ma l’anima deve essere convinta che il maggior bene per sé ed il maggior modo di glorificarmi è il far sempre la mia Volontà. Ecco la necessità della firma dell’umiltà, perché l’umiltà produce questa conoscenza.
Ma chi nobilita queste due virtù, chi le fortifica, chi le rende perseveranti, chi le incatena insieme in modo da non potersi separare, chi le incorona? L’ubbidienza!

Ah, sì, l’ubbidienza, distruggendo affatto il proprio volere e tutto ciò che è materiale, spiritualizza tutto, e come corona si pone intorno.
Onde la rassegnazione e l’umiltà senza l’ubbidienza saranno soggette ad instabilità, ma con l’ubbidienza saranno fisse e stabili. Ed ecco la stretta necessità della firma dell’ubbidienza, per fare che questo passaporto possa correre, per passare al regno della beatitudine spirituale che l’anima può godere di qua.

Senza queste tre firme, il passaporto non avrà valore e l’anima sarà sempre respinta dal regno della be­atitudine e sarà costretta a stare nel regno dell’inquietu­dine, dei timori e dei pericoli, e per sua disgrazia avrà per dio il proprio io, e quest’io sarà corteggiato dalla superbia e dalla ribellione
Ma Gesù benedetto mi ha fatto capire che la rassegnazione al Divino Volere è olio che, mentre unge e mitiga le nostre pene, nel medesimo tempo è olio che unge e mitiga lo spasimo delle piaghe di Gesù
La purità del tuo patire, che ancorché piccolo, [ep]pure perché soffri per solo amor mio ed ancora saresti pronta a soffrire altro se io te lo concedessi, ecco la causa di tanta luce.
Figlia mia, la purità nell’operare è tanto grande che chi opera per il solo fine di piacermi non fa altro che mandare luce in tutto il suo operare; chi non opera rettamente, anche il bene non fa altro che spandere tenebre
Tutta la natura invita ad un riposo, ma qual è il vero riposo?
È il riposo interno, il silenzio di tutto ciò che non è Dio.

Vedi le stelle scintillanti di luce temperata, non abbagliante come il sole, il sonno, il silenzio di tutta la natura, degli uomini e fin degli animali, che tutti cercano un luogo, una tana dove starsene in silenzio e riposarsi dalla stanchezza della vita.
Se ciò è necessario per il corpo, molto più per l’anima.

È necessario riposarsi nel suo proprio centro che è Dio.

Ma per potersi riposare in Dio è necessario il silenzio interno, come al corpo è necessario il silenzio esteriore per potersi placidamente addormentare.

Ma qual è questo silenzio interiore?
È di far zittire le proprie passioni col tenerle a posto, di imporre silenzio ai desideri, alle inclinazioni, agli affetti, insomma, a tutto ciò che non chiama Dio.

Or qual è il mezzo per giungere l’uomo a ciò?
L’unico mezzo ed assolutamente necessario è di disfare il proprio essere secondo la natura, ridurlo al nulla come un nulla era prima che fosse creato; e quando avrà ridotto al nulla il suo essere, riprenderlo in Dio.

Figlia mia, tutte le cose dal nulla hanno principio.
Questa stessa macchina dell’universo che tu rimiri con tanto ordine, se prima di crearla fosse stata ripiena d’altre cose, non avrei potuto mettere la mia mano creatrice per farla con tanta maestria e renderla tanto splendida ed ornata; al più avrei potuto disfare tutto ciò che ci poteva essere, e poi rifarla come a me piaceva. Ma siamo sempre lì, che tutte le mie opere dal nulla hanno principio, e quando c’è mischianza di altre cose non è decoroso della mia Maestà scendere ed operare nell’anima; ma quando l’anima si riduce al nulla e risale a me e prende il suo essere nel mio, allora io vi opero da quel Dio che sono, e l’anima vi trova il vero riposo. Eccoti che tutte le virtù dal­l’umiltà e dall’annientamento di sé stesso hanno principio
è mancanza di vera umiltà cristiana e di dolcezza, perché uno spirito umile e dolce sa rispettare tutti ed interpreta sempre bene i fatti altrui
Figlia mia, innanzi alla mia maestà e purità, non vi è chi possa stare di fronte, anzi tutti sono costretti a starsene atterriti e colpiti dal fulgore della mia santità.
L’uo­mo vorrebbe quasi fuggire da me, perché è tale e tanta la sua miseria che non ha coraggio di sostenersi innanzi a Dio.

Ed ecco che facendo campo della mia misericordia assunsi l’umanità, che temperando i raggi della Divinità è mezzo come infondere fiducia e coraggio all’uo­mo per venire a me; il quale mettendosi di fronte alla mia umanità, che spande raggi temperati della Divinità, ha il bene di potersi purificare, santificare ed anche divinizzare nella mia stessa umanità deificata.
Perciò tu statti sempre di fronte alla mia umanità, tenendola come specchio in cui tergerai tutte le tue macchie; non solo, ma come specchio in cui rimirandoti acquisterai la bellezza e man mano andrai ornandoti a somiglianza di me medesimo.
Perché è proprietà dello specchio far comparire dentro di sé l’immagine simile a quella di chi si rimira; se tale è lo specchio materiale, molto più è il divino, perché la mia umanità serve all’uomo come specchio per rimirare la mia Divinità.
Ecco perciò che tutti i beni all’uomo dalla mia umanità derivano
Trovandomi nel solito mio stato, stavo desiderando e cercando il mio amato Gesù, onde dopo averlo lungamente aspettato è venuto e mi ha detto: “Figlia mia, perché mi cerchi fuori di te, mentre potresti più facilmente ritrovarmi dentro di te? Quando tu mi vuoi trovare entra in te, giungi fin nel tuo nulla, ed ivi senza di te, nel brevissimo giro del tuo nulla scorgerai le fondamenta che ha gettate in te e le fabbriche che ha innalzato in te l’Es­sere Divino. Guarda e vedi”.

Io ho guardato ed ho visto le solide fondamenta e le mura altissime che giungevano fino al cielo. Ma quello che mi faceva più stupire era che vedevo che il Signore aveva fatto questo bel lavoro sopra il mio nulla, e le mura erano tutte murate senza nessuna apertura. Si vedeva solo alla volta un’apertura che corrispondeva solo al cielo, ed in questa apertura vi risiedeva Nostro Signore, sopra una colonna stabile che sporgeva dalle fondamenta formate sul nulla. Ora mentre me ne stavo tutta stupita a guardare, il benedetto Gesù ha soggiunto:

Le fondamenta formate nel nulla significa che la mano di Dio là opera dove c’è il nulla, e mai vi mescola le sue opere con le opere materiali.
Le mura senza aperture all’intorno, è che l’anima non deve avere nessuna corrispondenza di attacchi con le cose terrene, tanto che non c’è nessun pericolo che vi potesse entrare neppure un poco di polvere, perché tutto ben murato.
La sola corrispondenza che le danno queste mura è per il cielo, cioè dal nulla al cielo, ed ecco il significato dell’aper­tura fatta nella volta; la stabilità della colonna è che l’anima è tanto stabile nel bene che non c’è vento contrario che la possa muovere, ed io che vi risiedo sopra è indizio certo che l’opera fatta è tutta divina
Come uno strumento musicale risuona gradito all’orecchio di chi lo ascolta, così i tuoi desideri, le lacrime tue, risuonano al mio udito come una musica delle più gradite; ma per fare che scenda più dolce e dilettevole ti voglio insegnare un altro modo, cioè desiderarmi non come desiderio tuo, ma come desiderio mio, perché io amo grandemente di manifestarmi teco.
Insomma, tutto ciò che tu vuoi e desideri, volerlo e desiderarlo perché lo voglio io; cioè prenderlo da dentro di me e farlo tuo, così sarà più dilettevole la tua musica al mio udito, perché è musica uscita da me stesso”.

Poi ha soggiunto:
“Tutto ciò che esce da me entra in me; ecco perciò che gli uomini si lamentano che non ottengono così facile quello che mi domandano, perché non sono cose che escono da me, e non essendo cose che escono da me, non sono così facili ad entrare in me e uscire per poi darsi a loro; perché esce da me ed entra in me tutto ciò che è santo, puro e celeste.
Or qual mera­viglia se viene loro chiusa l’udienza quando ciò che mi domandano non sono [cose] prese dentro di me?

Ecco, perciò, tieni tu bene a mente che tutto ciò che esce da Dio entra in Dio
Tutto ciò che esce da me entra in me; ecco perciò che gli uomini si lamentano che non ottengono così facile quello che mi domandano, perché non sono cose che escono da me, e non essendo cose che escono da me, non sono così facili ad entrare in me e uscire per poi darsi a loro; perché esce da me ed entra in me tutto ciò che è santo, puro e celeste.

Or qual mera­viglia se viene loro chiusa l’udienza quando ciò che mi domandano non sono [cose] prese dentro di me?
Ecco, perciò, tieni tu bene a mente che tutto ciò che esce da Dio entra in Dio
Ed io, ma sempre con una luce che mi veniva da lui, ho detto: L’orazione.

E Gesù, approvando il mio detto, ha soggiunto:
Ma chi attira Iddio a familiare conversazione con l’anima?

Ed io non sapendo rispondere, subito la luce si è mossa nel mio intelletto, ed ho detto:
Se l’orazione vocale serve a mantenere la corrispondenza, certo che la meditazione interna deve servire di alimento come mantenere la conversazione tra Dio e l’anima.

Lui contento di ciò ha replicato:
Or mi sapresti tu dire chi spezza le dolci catene, chi toglie gli amorosi corrucci che possono insorgere tra Dio e l’anima?

Ed io non rispondendo, lui stesso ha detto:
Figlia mia, la sola ubbidienza tiene questo uffizio; perché lei sola decide delle cose spettanti tra me e l’anima, avvenendo delle contese o pure prendendo qualche corruccio per mortificare [l’anima], sorgendo l’ubbidienza spezza le contese e toglie i corrucci, e mette pace tra Dio e l’anima.

Ed io:
Ah, Signore! Molte volte pare che anche l’ubbidienza non si vuol brigare e se ne sta indifferente, e la povera anima è costretta a starsi in quello stato di contese e di corrucciamento.

E Gesù:
Questo lo fa per un certo tempo, volendosi anche lei compiacere di assistere a quelle amabili contese; ma poi prende il suo ufficio e pacifica tutto. Sicché l’ubbidienza dà la pace all’anima e a Dio
Figlia mia, il vero amore è quando è sostenuto dalla speranza, e dalla speranza perseverante, perché se oggi spero e domani no, l’amore si rende infermo, ché essendo l’amore alimentato dalla speranza, per quanto alimento gli somministra tanto più si rende più forte, più robusto, più vivo l’amore; e se questo [alimento] viene a mancare, prima s’inferma il povero amore rimanendo solo, senza sostegno, finisce col morire del tutto.
Perciò, per quanto grandi siano le tue difficoltà, mai neppure per un momento devi scostarti dalla speranza col timore di perdermi; anzi devi fare in modo che la speranza, superando tutto, ti faccia trovare sempre unita con me, ed allora l’amore avrà perpetua vita
Figlia mia, chi fa danno al prossimo fa danno a sé stesso, ed uccidendo il prossimo uccide l’anima sua, e siccome la carità predispone l’anima a tutte le virtù, così non avendo la carità predispone l’anima a commettere ogni sorta di vizi
Mentre scrivevo, stavo pensando tra me:
Chi sa quanti spropositi in questi scritti; meritano essere gettati nel fuoco, se l’ubbidienza me lo concedesse lo farei, perché mi sento come un intoppo nell’anima, specie se giungessero a vista di qualche persona; in certi punti fanno vedere come se amassi e facessi qualche cosa per Dio, mentre non faccio niente e non l’amo e sono l’ani­ma più fredda che possa trovarsi nel mondo, ed ecco che mi riterrebbero diversa da quello che sono, e questo è una pena per me.
Ma siccome è l’ubbidienza che vuole che scriva essendo questo per me uno dei più grandi sacrifizi, perciò mi rimetto tutta a lei, con certa speranza che essa farà le mie scuse e giustificherà la mia causa presso Dio e presso gli uomini.

Quindi nel venire il benedetto Gesù ha risposto al mio pensiero col dirmi:
Sicuro che meritano d’essere bruciati questi tuoi scritti, ma vuoi sapere in qual fuoco? Nel fuoco del mio amore, perché non vi è pagina che non manifesti a chiare note il modo come amo le anime, tanto se son cose che riguardano te, tanto se riguardano il mondo, ed il mio amore in questi tuoi scritti trova uno sfogo ai miei preoccupati ed amorosi languori
Dopo ciò mi ha trasportato fuori di me stessa, ed [io] trovandomi sola senza corpo ho detto:
Mio diletto ed unico bene, qual castigo è per me, dovendo ritornare tante volte nel mio corpo; perché è certo che adesso non lo tengo, è la sola anima che sta insieme con voi, e poi, non so come, mi trovo imprigionata nel misero mio corpo, come dentro un carcere tenebroso e lì ci perdo quella libertà che con l’uscire mi viene data. Non è questo un castigo per me, il più duro che dar si potesse?

E Gesù:
Figlia mia, non è castigo quello che tu dici né per colpa tua che ciò ti succede; anzi devi sapere che solo per due ragioni l’anima può uscire dal corpo: per forza del dolore che succede la morte naturale o per forza d’amore reciproco tra me e l’anima, perché essendo quest’amore tanto forte che né l’anima la durerebbe né io posso durarla a lungo senza godere di lei, perciò la vado tirando a me, e poi la rimetto di nuovo nel suo stato naturale, e l’anima più che da un filo elettrico tirata, va e viene come a me piace.
Ecco che ciò che tu credi castigo è amore finissimo
Figlia mia, i nemici più potenti dell’uomo sono: l’a­more ai piaceri, alle ricchezze ed agli onori, che rendono infelice l’uomo, perché questi nemici s’intromettono fin nel cuore e lo rodono continuamente, l’amareggiano, l’abbattono tanto da fargli perdere tutta la felicità; ed io sul Calvario sconfissi questi tre nemici ed ottenni grazia per l’uomo di vincerli anch’esso e gli restituii la felicità perduta.
Ma l’uomo sempre ingrato e sconoscente rigetta la mia grazia ed ama accanitamente questi nemici che mettono il cuore umano ad una tortura continua
Figlia mia, spezzami il furore della mia giustizia, altrimenti…

In questo mentre mi è parso di vedere la giustizia divina armata di spade, di saette di fuoco, che metteva terrore, ed insieme la fortezza con cui può agire.
Onde tutta spaventata ho detto: Come posso spezzarvi il furore se vi veggo così forte, da potere in un semplice istante annientare cielo e terra?

E lui:
Eppure un’anima sofferente ed una preghiera umilissima mi fa perdere tutta la mia fortezza e mi rende tanto debole da farmi legare da quell’anima come a lei pare e piace.

Ed io: Ah, Signore, in che aspetto brutto si fa vedere la giustizia!

E Gesù ha soggiunto:
Non è brutta; se tu la vedi così armata, ciò hanno fatto gli uomini, ma in sé stessa è buona e santa, come gli altri miei attributi, perché in me non ci può essere neppure l’ombra del male; è vero che l’aspetto comparisce aspro, pungente, amaro, ma i frutti sono dolci e gustosi
se non ci sta la carità succede come a quelle famiglie o regni che non hanno reggitori: tutto è sconvolto, le più belle cose restano oscurate, non si vede nessuna armonia, chi vuol fare una cosa e chi un’altra.
Così succede nell’anima dove non regna la carità: tutto è in disordine, le più belle virtù non armonizzano tra loro; ecco perciò la carità si chiama regina, perché ha regime, ordine e dispone tutto
Abbiamo girato un poco la terra, e tra tanti incontri ci siamo incontrati con un’anima data in preda alla disperazione.
Avendone compassione ci siamo avvicinarti e Gesù ha voluto che io le parlassi per farle comprendere il male che faceva.
Con una luce che Gesù stesso m’infondeva, le ho detto:

La medicina più salutare ed efficace negli incontri più tristi della vita è la rassegnazione.

Tu col disperarti, invece di prendere la medicina ti stai prendendo il veleno come uccidere l’anima tua.
Non sai tu che il rimedio più opportuno a tutti i mali, la cosa principale che ci rende nobili, ci divinizza, ci rassomiglia a Nostro Signore, ed ha virtù di convertire in dolcezza le stesse amarezze, è la rassegnazione?

Che cosa fu la vita di Gesù sulla terra, se non continuare il Volere del Padre, e mentre stava in terra, stava unito col Padre in cielo?

Così l’anima rassegnata, mentre vive in terra, l’anima e la volontà sua sta unita con Dio nel cielo.
Si può dare cosa più cara e desiderabile di questa?

Quell’anima, come scossa, ha cominciato a calmarsi, ed io insieme con Gesù ci siamo ritirati.

Sia tutto per gloria [di] Dio e sempre benedetto.
Mi sapresti tu dire perché l’ubbidienza è tanto glorificata, e ne riporta tanto onore da improntare nell’ani­ma l’immagine divina?

Io tutta confusa non ho saputo che rispondere, ma il benedetto Gesù, con una luce intellettuale che mi mandava, mi ha risposto lui stesso, e siccome è per mezzo di luce e non di parole, non ho vocaboli come esprimerli; ma l’ubbidienza vuole che mi provi, se mi riesce a scriverlo

Onde pareva che [Gesù] mi dicesse che l’ubbidienza è tanto glorificata perché ha virtù di svellere, fin dalle radici, le passioni umane, distrugge nell’anima tutto ciò che è terreno e materiale, e con suo grande onore restituisce all’anima il suo primiero stato, cioè come fu creata da Dio nella giustizia originale, cioè prima d’essere cacciata dall’Eden terrestre.
Ed in questo sublime stato l’anima si sente tirata fortemente a tutto ciò ch’è bene, si sente connaturato con sé tutto ciò che è buono, santo e perfetto, con un orrore grandissimo anche all’ombra del male.
Con questa natura felice ricevuta dall’espertissima mano dell’ubbidienza, l’anima non prova più difficoltà ad eseguire i comando ricevuti, molto più che, chi comanda, sempre il buono deve comandare.

Ed ecco come l’ubbidienza sa improntare bene l’immagine divina, non solo, ma cambia la natura umana nella divina, perché come Dio è buono, santo e perfettissimo ed è portato a tutto ciò che è buono, ed odia sommamente il male, così l’ubbidienza ha virtù di divinizzare l’umana natura e di farle acquistare le proprietà divine; e quanto più l’anima si lascia maneggiare da questa espertissima mano, tanto più acquista di divino, e distrugge l’essere proprio.

Ed ecco perciò è tanto glorificata ed onorata, tanto che io stesso mi sottoposi a lei, e ne restai onorato e glorificato, e restituii per mezzo suo l’onore e la gloria a tutti i miei figli che per la disubbidienza avevano perduto
Diletta mia, vuoi tu sapere quando un’opera si fa per la persona amata?
Quando incontrando sacrifizi, amarezze e pene, ha virtù di cambiarle in dolcezze e delizie; perché questa è la natura del vero amore, di trasmutare le pene in gioie, le amarezze in dolcezze; se si sperimenta il contrario segno è che non è il vero amore che agisce.
Oh, quante opere si dice: ‘Lo faccio per Dio’, ma negli incontri [dolorosi] si danno indietro! Con ciò fanno vedere che non era per Dio, ma per l’interesse proprio e piacere che sentivano.

Poi ha soggiunto:
Generalmente si dice che la propria volontà guasta ogni cosa ed infetta le opere più sante, eppure questa volontà propria se è connessa con la Volontà di Dio [acquista tanto valore che] non c’è altra virtù che la possa superare, perché dove c’è volontà c’è vita nell’operare il bene, ma dove non c’è volontà c’è la morte nell’operare, oppure si opererà stentatamente come se stesse in agonia
Questa mattina mi trovavo con un timore sul mio stato, che non fosse il Signore che operasse in me, con l’aggiunta che non si benignava di venire; onde dopo molto aspettare, quando appena l’ho visto, gli ho esposto il mio timore e lui mi ha detto:

Figlia mia, prima di tutto, per gettarti in questo stato vi è un concorso della mia potenza; e poi chi avrebbe dato a te la forza, la pazienza, di stare per sì lungo tempo in questo stato, dentro un letto?
La perseveranza sola è un segno certo che l’opera è mia, perché solo Dio non è soggetto a mutarsi, ma il demonio e la natura umana spesso spesso si mutano, e ciò che oggi amano domani aborriscono, e ciò che oggi aborriscono domani amano e trovano le loro soddisfazioni
Trovandomi fuori di me stessa, vedevo il confessore che metteva l’intenzione della crocifissione, io temevo di sottopormi, ma Gesù mi ha detto:

Che vuoi da me?
Io non posso fare a meno d’ub­bidire perché la mia umanità fu fatta apposta per ubbidire e per distruggere la disubbidienza, essendo tanto innestata con me questa virtù, che in me si può dire ch’è natura l’ubbidienza, ed il distintivo a me più caro e glorioso; tanto che se la mia umanità non avesse questo di proprio, l’aborrirei e non mi sarei giammai con essa unito.

Vuoi tu poi disubbidire?
Puoi farlo, ma lo farai tu, non io”.
Trovandomi fuori di me stessa, mi pareva di vedere quando i Santi Magi giunsero nella spelonca di Betlemme; appena giunti alla presenza del bambino, si compiacque di far rilucere esternamente i raggi della sua Divinità, comunicandosi ai Magi in tre modi: con l’amore, con la bellezza e con la potenza, in modo che restarono rapiti e sprofondati alla presenza del bambinello Gesù; tanto che se il Signore non avesse ritirato un’altra volta internamente i raggi della sua Divinità, sarebbero restati lì per sempre senza potersi più muovere.

Con l’essermi comunicato in tre modi ai Magi, ottenni loro tre effetti, perché mai mi comunico alle anime inutilmente, ma sempre ricevono qualche loro profitto.

Onde comunicandomi con l’amore ottennero il distacco da loro stessi, con la bellezza ottennero il disprezzo delle cose terrene, e con la potenza restarono i loro cuori legati tutti a me, ed ottennero prodezza di mettere il sangue e la vita per me
Quello che voglio è che tu stia sempre unita con me, come un raggio del sole che sta sempre fisso nel centro del sole e che da esso ne riceve la vita, calore e splendore.

Supponi tu che un raggio si potesse partire dal centro del sole; che ne diverrebbe egli?
Già appena uscito perderebbe la vita, la luce ed il calore, e ritornerebbe nelle tenebre riducendosi al nulla.

Tale è l’anima: fino a tanto che sta unita con me, nel mio centro, si può dire che è come un raggio del sole che vive e riceve luce dal sole, cammina dove esso vuole, insomma sta in tutto a disposizione ed alla volontà del sole; se poi da me si distrae, si disunisce, eccola tutta tenebre, fredda, e non sente in sé quel movente superno di vita divina
La carità più accettevole a me è per quelli che mi sono più vicini, onde i più vicini a me sono le anime purganti, perché confermate nella mia grazia e non c’è nessuna opposizione tra la mia Volontà e la loro, vivono continuamente in me, mi amano ardentemente e son costretto a vederle in me stesso soffrire, impotenti da per sé stesse a darsi il minimo sollievo.
Oh, come è straziato il mio cuore dalla posizione di quelle anime! Perché non mi sono lontane ma vicine, non solo vicine, ma dentro di me; e com’è gradito al mio cuore chi s’inte­ressa per loro!

Supponi tu che avessi una madre, una sorella che convivessero teco in uno stato di dolore, incapaci d’aiu­tarsi da per sé stesse, ed un altro estraneo che vivesse fuori della tua abitazione in uno stato pur di dolori, ma che si può aiutare da per sé stesso; non gradiresti tu di più se una persona si occupasse a sollevare la tua madre o la tua sorella, che l’estraneo che può aiutarsi da per sé stesso?

Ed io: Certamente, o Signore.

Poi ha soggiunto: La seconda carità più accettevole al mio cuore è per quelle che, sebbene vivono su questa terra, ma si avvicinano quasi alle anime purganti; cioè mi amano, fanno sempre la mia Volontà, s’interessano delle cose mie come se fossero proprie. Or se questi tali si trovano oppressi, bisognosi, in stato di sofferenze, ed una si occupa a sollevarle ed aiutarle, al mio cuore [questa carità] riesce più gradita che se si facesse ad altri.

Ora Gesù si è ritirato, ed io trovandomi in me stessa, mi pareva che non fossero cose che andassero secondo la verità.
Onde nel ritornare il mio adorabile Gesù mi ha fatto capire che ciò che mi aveva detto era secondo la verità; solo rimaneva da dire sulle membra da lui separate, che sono i peccatori, che chi si occupasse a riunire queste membra, molto accettevole sarebbe al suo cuore.

La differenza che c’è è questa: che trovandosi un peccatore oppresso dentro ad una sventura ed uno si occupasse non a convertirlo, ma a sollevarlo ed aiutarlo materialmente, il Signore gradirebbe più questo che se si facesse a quelli che stanno nell’ordine della grazia, perché se questi soffrono è un prodotto sempre o dell’amore di Dio verso di esse o dell’amor loro verso Dio, e se i peccatori soffrono, il Signore vede in loro l’impronta della colpa e della loro ostinata volontà.
Così mi è parso di capire, del resto lascio il giudizio a chi tiene il diritto di giudicarmi, se va o non va secondo la verità.
Figlia mia, tutto lo stabilimento della fede cattolica sta nella stabilimento della carità che unisce i cuori e li fa vivere in me
Figlia mia, il veleno dell’interesse è entrato in tutti i cuori e come spugna ne sono restati inzuppati di questo veleno.
Questo veleno pestifero è penetrato nei monasteri, nei sacerdoti, nei secolari.

Figlia mia, ciò che non cede alla luce della verità ed alla potenza della virtù, innanzi ad un vilissimo interesse cede, e le virtù più sublimi ed eccelse, innanzi a questo veleno, come fragile vetro cadono frantumate
Figlia mia, la pazienza è superiore alla purità, perché senza pazienza l’anima facilmente si sfrena ed è difficile mantenersi pura.
E quando una virtù ha bisogno dell’altra per aver vita, si dice quella superiore a questa; anzi si può dire che la pazienza è custodia della purità, non solo, ma è scala per salire al monte della fortezza, in modo che se uno salisse senza la scala della pazienza subito precipiterebbe dal più alto al più basso.

Oltre di ciò, la pazienza è germe della perseveranza e questo germe produce dei rami chiamati fermezza.

Oh, come è ferma e stabile nel bene intrapreso, l’anima paziente, non fa conto né della pioggia, della brina, del ghiaccio, del fuoco, ma tutto il suo conto è di condurre a fine il bene incominciato; perché non vi è stoltezza maggiore di colui che oggi perché piace fa un bene, domani perché non trova più gusto lo tralascia.

Che si direbbe d’un occhio che ad un’ora possiede la vista e ad un’altra ne resta cieco?
D’una lingua che or parla ed ora ne resta muta?

Ah, sì, figlia mia!
La sola pazienza è la chiave segreta per aprire il tesoro delle virtù; senza il segreto di questa chiave, le altre virtù non escono per dar vita all’anima e nobilitarla
Figlia mia, quando la mia grazia si trova in possesso di più persone, festeggia di più; succede come a quelle regine [che] quante più donzelle pendono dai loro cenni e fanno loro corona d’intorno, tanto più godono e fanno festa.

Tu fissati in me e guardami e resterai di me tanto presa che tutto il materiale cadrà morto per te; e tanto devi fissarti in me da attirarmi tutto in te, ché io trovando in te me stesso, posso trovare in te il mio perfetto compiacimento.
Onde, trovando in te tutti i miei piaceri possibili a trovarsi in umana creatura, non possono tanto dispiacermi quello che mi fanno gli altri
Diletta mia, l’ubbidienza tiene la vista lunghissima e vince in bellezza ed in acutezza la stessa luce del sole, come l’amor proprio è molto corto di vista, tanto che non può dare un passo senza inciampare.

E non ti credere tu che questa vista lunghissima l’hanno quelle anime che vanno sempre turbolente e scrupoleggiando, anzi questa è una rete che a loro tesse l’amor proprio, ché essendo molto corto di vista, prima le fa cadere e poi suscita loro mille turbazioni e scrupolosità, e ciò che oggi hanno detestato con tanti scrupoli e timori, domani vi ricadono di nuovo; tanto che il loro vivere si riduce a starsi sempre immerse in questa rete artifiziosa, che a loro sa tessere ben bene l’amor proprio, a differenza della vista lunghissima dell’ubbidienza che è omicida del­l’amor proprio, ché essendo lunghissima e chiarissima, subito prevede dove può dare un passo in fallo, e con animo generoso se ne astiene, e vi gode la santa libertà dei figliuoli di Dio.

E siccome le tenebre attirano le altre tenebre, così la luce attira altra luce; così questa luce giunge ad attirarsi la luce del Verbo, ed unendosi insieme vi tessono la luce di tutte le virtù

Stupita nel sentire ciò, ho detto: Signore, che dite? A me pare che sia santità quel modo di vivere scrupoloso.

E lui con tono più serio ha soggiunto: Anzi, ti dico che questa è la vera impronta dell’ubbidienza e l’altra è la vera impronta dell’amor proprio, e quel modo di vivere mi muove più a sdegno che ad amore; perché quando è la luce della verità che fa vedere una mancanza, fosse anche minima, ci dovrebbe stare una emendazione, ma siccome è la vista corta dell’amor proprio, non fa altro che tenerle oppresse, senza che danno uno sviluppo nella via della vera santità
Figlia mia, l’uomo, primo nasce in me e ne riporta l’impronta della divinità, ed uscendo da me per rinascere dal seno materno gli do il comando che camminasse un piccolo tratto di via, ed al termine di quella via, facendomi da lui trovare, lo ricevo di nuovo in me, facendolo vivere eternamente con me.

Vedi un po’ quanto è nobile l’uomo, donde viene e dove va, e qual è il suo de­stino.

Or quale dovrebbe essere la santità di quest’uomo, uscendo da un Dio sì santo?
Ma l’uomo nel percorrere la via per venire un’altra volta a me, distrugge in sé ciò che ha ricevuto di divino; si corrompe in modo che, nell’incontro che gli faccio per riceverlo in me, non più lo riconosco e non scorgo più in lui l’impronta divina, niente trovo di mio in lui, e non più riconoscendolo, la mia giustizia lo condanna ad andar disperso nella via della perdizione
Tanta gloria mi ebbi alla mia umanità per mezzo della perfetta ubbidienza, che distruggendo affatto la natura antica me ne restituì la nuova natura gloriosa ed immortale.

Così l’anima per mezzo dell’ubbidienza può formare in sé la perfetta risurrezione alle virtù, come se l’anima è afflitta l’ubbidienza la farà risorgere alla gioia, se è agitata l’ubbidienza la farà risorgere alla pace, se tentata l’ubbidienza le somministrerà la catena più forte come legare il nemico e la farà risorgere vittoriosa dalle insidie diaboliche, se assediata da passioni e vizi, l’ub­bidienza uccidendo questi, la farà risorgere alle virtù.

Questo all’anima, ed a tempo suo formerà la risurrezione anche del corpo
Vi sono certi fervori e certe virtù che somigliano a quegli arboscelli che rinascono intorno a certi alberi, che non essendo ben radicati nel tronco, [ad] un vento impetuoso, un gelo un po’ forte, si disseccano, e sebbene dopo qualche tempo può essere che rinverdiscono di nuovo, ma essendo soggetti alle intemperie dell’aria, quindi a mutarsi, mai vengono ad essere alberi fatti.

Così sono quei fervori e quelle virtù che non son ben radicati nel tronco dell’albero dell’ubbidienza, cioè nel tronco del­l’albero della mia umanità che fu tutta ubbidienza: alle tribolazioni, agli infortuni, subito si seccano e mai vengono a produrre frutti per l’eterna vita
Figlia mia, ti raccomando assai assai di non fare uscire da te il minimo atto che non sia pazienza, rassegnazione, dolcezza, uguaglianza di te stessa, tranquillità in tutto, altrimenti verresti a disonorarmi, e succederebbe come a quel re che abitasse dentro un palazzo bene arricchito, e da fuori quell’abitazione si vedesse tutta pie­na di screpolature, macchiata, in atto di venir meno; non direbbero: ‘Come abita un re in questo palazzo, e si vede da fuori un così brutto apparato, che fa temere pure d’avvicinarsi? Chi sa che re sarà costui!’? E questo non sarebbe un disonore per quel re?
Ora pensa che se da te esce cosa che non sia virtù, lo stesso direbbero di te e di me, ed io ne resterei disonorato ché vi abito dentro
Figlia mia, vuoi sapere quali sono i segni per conoscere se l’anima possiede la mia grazia?

Ed io: Signore, come piace alla vostra santissima bontà.

Onde ha replicato:
Il primo segno per vedere se l’anima possiede la mia grazia è che [in] tutto ciò che può sentire o vedere nell’esterno, che appartiene a Dio, nell’interno sente una dolcezza, una soavità tutta divina, non paragonabile a nessuna cosa umana e terrena.
Succede come a quella madre, che anche al respiro, alla voce, conosce il parto delle sue viscere nella persona d’un figlio e ne gongola di gioia; come [a] due intime amiche che conversando insieme si manifestano a vicenda gli stessi sentimenti, inclinazioni, gioie, afflizioni, e trovan­do una nell’altra le sue stesse cose scolpite, ne sentono un piacere, un gaudio e ne prendono tanto amore da non sapersene distaccare.
Così la grazia interna che risiede nell’anima, nel vedere esternamente il parto delle sue stesse viscere, ossia nel riscontrarsi in quelle stesse cose che forma[no] la sua essenza, si combacia insieme e fa provare nell’anima tale una gioia e dolcezza da non sapersi esprimere.

Il secondo segno è che il parlare dell’anima che pos­siede la grazia è pacifico e tiene virtù di gettare negli altri la pace, tanto che le stesse cose dette da chi non possiede la grazia non hanno recato nessuna impressione e nessuna pace, mentre dette da chi possiede la grazia han­no operato meravigliosamente ed hanno restituito la pace negli animi.
Poi, figlia mia, la grazia spoglia l’anima di tutto, e dell’umanità ne fa un velo per starsene coperta, dimodoché squarciato quel velo, si trova il paradiso nell’anima di chi la possiede.
Onde non è meraviglia se in quell’anima si trova la vera umiltà, ubbidienza ed altro, perché di sé non resta altro che un semplice velo, e vedono con chiarezza che dentro di sé è tutta la grazia, che agisce e che le tiene in ordine tutte le virtù, e la fa stare in continua attitudine per Dio
Figlia mia, non temere, ché io solo sono il principio, il mezzo ed il fine di tutti i tuoi desideri
Figlia mia, vuoi sapere da dove incominciò il male nell’uomo?
Il principio è che l’uomo appena conosce sé stesso, cioè incomincia ad acquistare la ragione, dice a sé stesso: ‘Io sono qualche cosa’, e credendosi qualche cosa si discostano da me, non si fidano di me che sono il Tutto, e tutta la fiducia e forza l’attingono da loro stessi.
E da questo avviene che perdono fino ogni buon principio; e perdendo il buon principio. che ne sarà la fine? Immaginalo tu stessa, figlia mia.

Poi scostandosi da me che contengo ogni bene, che può sperare di bene l’uomo essendo lui un pelago di male?
Senza di me tutto è corruzione, miseria, e senza nessun’ombra di vero bene, e questa è la società presente
e sebbene molte volte pare oscuro sotto enigmi, ma però non si può fare a meno di dire che è la verità.

E sebbene la creatura non capisce con chiarezza il mio operare, ciò non distrugge la verità, anzi fa comprendere molto meglio che è modo d’operare divino; ché essendo la creatura finita non può abbracciare e comprendere l’infinito, al più può comprendere ed abbracciare qualche barlume; come le tante cose dette da me nelle Scritture, ed il mio modo d’operare nei santi, è stato forse compreso con tutta chiarezza?
Oh, quante cose sono rimaste al­l’oscuro e nell’enigma! Eppure quante menti di dotti e sapienti si sono stancate nell’interpretarle? E che cosa hanno compreso ancora? Si può dire un bel nulla, a ciò che resta [d]a conoscere.

Con ciò pregiudica forse la verità?
Nulla affatto, anzi la fa risplendere maggiormente. Perciò il tuo occhio deve essere [volto a vedere] se c’è la vera virtù, se si sente in tutto, sebbene delle volte all’oscuro, che c’è la verità, e del resto bisogna starsi tranquilli ed in santa pace
Figlia mia, come ha rovinato il mondo la superbia!
È giunta a distruggere quel piccolo lumicino di ragione che tutti portano con sé appena nati; sappi però che la virtù che più esalta Iddio è l’umiltà, e la virtù che più esalta la creatura innanzi a Dio e presso gli uomini è l’umiltà
Figlia mia, come gli occhi sono la vista del corpo, così la mortificazione è la vista dell’anima; sicché si può dire occhi dell’anima la mortificazione
Diletta mia, il mio cuore arde per l’onore della gloria mia e del bene delle anime; tutto il bene che omettono, tanti vuoti riceve la mia gloria, e le anime loro ancorché non facessero il male, non facendo il bene che potrebbero fare, sono come quelle stanze vuote, che seb­bene belle, ma non c’è niente d’ammirare, che colpisce lo sguardo, e quindi nessuna gloria ne riceve il padrone.

E se un bene si fa e l’altro si tralascia, sono come quelle stanze tutte spopolate che appena qualche oggetto si scorge, senza nessun ordine.

Diletta mia, entra a parte di queste pene, degli ardori del mio cuore che sente per la gloria della Maestà Divina e del bene delle anime, e cer­ca di riempire questi vuoti della mia gloria, e potrai farlo col non far passare momento della tua vita che non sia unita colla mia; cioè in tutte le tue azioni, sia preghiera o patimento, riposo o lavoro, silenzio o conversazione, tristezza o allegrezza, anche il cibo che prenderai, insomma tutto ciò che ti potrà accadere, metterai l’in­tenzione di darmi tutta la gloria che in tali azioni [le creature] dovrebbero darmi, e di supplire al bene che do­vrebbero fare e non fanno, intendendo di replicare l’in­tenzione per quanta gloria non ricevo e per quanto bene omettono.
Se ciò farai, riempirai in qualche modo il vuoto della gloria che devo ricevere dalle creature, ed il mio cuore vi proverà un refrigerio ai miei ardori, e da questo refrigerio scorreranno rivoli di grazia a pro dei mortali, che infonderà maggior fortezza per fare il bene
Figlia mia, quando tu soffri le mie stesse spine, tu mi sollevi, e soffrendole tu, io mi sento affatto libero da quelle pene; quando ti umili e ti credi indegna di soffrirle, allora mi ripari i peccati di superbia che si commettono nel mondo.

Ed io ho soggiunto: Ah, Signore! Quante gocce [di sangue e di lacrime] versaste, quante spine soffriste, quante ferite [sosteneste], tanta gloria intendo darvi, per quanta gloria dovrebbero darti tutte le creature se non ci fosse il peccato di superbia, e tante grazie intendo chiedervi per tutte le creature per fare che questo peccato si distruggesse.

Mentre ciò dicevo, ho visto che Gesù comprendeva in sé tutto il mondo, come una macchina contiene in sé gli oggetti, e tutte le creature si sono mosse in lui e Gesù si muoveva verso di loro, e pareva che Gesù avesse la gloria della mia intenzione e le creature fossero ritornate da lui per poter ricevere il bene da me impetrato per loro.
Io sono restata stupefatta, e lui vedendo il mio stupore ha detto:

Pare sorprendente tutto questo, non è vero?
Eppure pare una cosa da nulla ciò che tu hai fatto, eppure non è così; quanto bene si potrebbe fare con [il] replicare questa intenzione, e non si fa!
Signore, tutta quella gloria che le creature dovrebbero darvi con la bocca e non vi fanno, io intendo darvela con la mia, ed impetro a loro di fare buono e santo uso della bocca, unendomi sempre con la stessa bocca di Gesù.

Ora mentre in tutte le cose mie ciò facevo, [Gesù] è venuto e mi ha detto:
Ecco la continuazione della mia vita, quale era la gloria del Padre ed il bene delle anime; se in ciò persevererai, tu formerai la mia vita ed io la tua, tu sarai il mio respiro ed io il tuo.

Dopo ciò Gesù si metteva a riposare sul cuor mio, ed io sul cuore di lui, e pareva che Gesù tirasse il respiro da me, ed io lo tiravo per mezzo di Gesù.
Che felicità, qual gaudio, che vita celeste esperimentavo in quella po­sizione!
Sia sempre ringraziato e benedetto il Signore, che tante misericordie usa con questa peccatrice
Ah, Signore!
Mi sento come un dubbio: come può essere che con la semplice intenzione nell’ope­rare, fosse anche nelle minime cose, mentre considerandole sono cose da niente, vuote, pare che la sola intenzione dell’unione vostra e di piacere solamente a voi le riempie, e voi le innalzate in quel modo supremo facendole comparire come una cosa grandissima?

Ah, figlia mia, vuoto è l’operare della creatura, fos­se pure un’opera grande, ma è la mia unione e la semplice mira di piacere a me che la riempie, e siccome il mio operare, fosse anche un respiro, eccede in un modo infinito [a] tutte le opere delle creature insieme, ecco la causa che la rende sì grande.

E poi, non sai tu che chi si serve come mezzo, della mia umanità, d’operare le sue azioni, viene a nutrirsi dei frutti della mia stessa umanità e ad alimentarsi del mio stesso cibo?
Oltre di ciò, non è forse la buona intenzione che fa l’uomo santo, e la cattiva che lo fa perverso? Non sempre si fanno cose diverse, ma [con] le stesse azioni uno si santifica e l’altro si perverte”.

Ora mentre ciò diceva, vedevo dentro di Nostro Signore un albero verdeggiante, pieno di bei frutti, e quelle anime che operavano per piacere solo a Dio e per mezzo dell’umanità sua, le vedevo dentro di lui, sopra di quest’albero, e la sua umanità serviva d’abitazione a quest’anime.
Ma quanto era scarsissimo il loro numero
Questa mattina il benedetto Gesù nel venire pareva che mi faceva cerchio delle sue braccia, come per rinchiudermi dentro, e mentre mi stringeva mi ha detto:
Figlia mia, quando l’anima fa tutto per me, tutto resta rinchiuso dentro questo cerchio, niente esce fuori, fosse pure un sospiro, un palpito, un movimento qualun­que; tutto entra in me, ed in me tutto resta numerato, ed io in ricompensa li riverso nell’anima, ma tutti raddop­piati di grazia, in modo che l’anima riversandoli un’altra volta in me ed io in lei, viene ad acquistare un capitale sorprendente di grazia; e tutto questo è il mio dilettarmi, cioè dare alla creatura ciò che mi ha dato, come se fosse cosa sua, aggiungendo sempre del mio.

E chi con la sua ingratitudine impedisce che gli dia ciò che voglio, impedisce le mie innocenti delizie.
Chi poi non opera per me, tutto va fuori del mio cerchio, sperduto come la polvere da un vento impetuoso
Figlia mia, quando un’anima fa in tutto la volontà d’un altro, si dice che ha fiducia di quello, perciò vive dell’altrui volere e non del suo; così quando l’anima fa in tutto la Volontà mia, io dico che ha fede.

Sicché il Divin Volere e la fede sono rami prodotti da un sol tronco; e siccome la fede è semplice, la fede e il Divin Volere producono il terzo ramo, della semplicità, ed ecco che l’anima viene a riacquistare in tutto le caratteristiche di colomba.
Non vuoi tu dunque essere la mia colomba?
Figlia mia, le perle, l’oro, le gemme, le cose più preziose, si tengono ben custodite dentro qualche scrigno e con doppia chiave.

Che temi tu dunque, se ti tengo ben custodita nello scrigno della santa ubbidienza, custodia sicurissima, dove non una ma due chiavi tengono ben serrata la porta, per tener vietato l’ingresso a qualunque ladro ed anche all’ombra di qualunque difetto?
Solo l’io porta l’impronta di tutte le rovine, ma senza l’io, tutto è sicurezza
Figlia mia, mi sento da tutti offeso; vedi, anche le anime divote hanno l’occhio a scrutinare se è o non è colpa, ma emendarsi, estirpare la colpa, non già; segno che non c’è né dolore né amore, perché il dolore e l’a­more sono due unguenti efficacissimi, che applicati al­l’anima la rendono perfettamente guarita; ed uno corrobora e fortifica maggiormente l’altro
Figlia mia, [per] chi vive alla mia ombra è necessario che soffino i venti delle tribolazioni, acciocché l’aria infettiva d’intorno non possa penetrarvi anche al di sotto della mia ombra; quindi i continui venti, agitando sempre quest’aria malsana, la tengono sempre lontana e vi fanno spirare un’aria purissima e salubre
Figlia mia, chi cerca d’uniformarsi in tutto alla mia vita, non fa altro che accrescere un profumo di più, e distinto, a tutto ciò che feci nella mia vita, in modo da profumare il cielo, tutta la Chiesa, ed anche gli stessi cattivi sentono spirare questo profumo celeste; tanto che tutti i santi non sono altro che tanti profumi e quel che più rallegra la Chiesa ed il cielo perché distinti fra loro.

Non solo ciò, ma chi cerca di continuare la mia vita operando ciò che feci dove può, e non potendo, almeno col desiderio e con l’intenzione, io lo tengo nelle mie mani, come se stessi continuando tutta la mia vita in detta anima, non come cosa passata ma come se presentemente vivessi; e questo è un tesoro nelle mie mani, che raddoppiando il tesoro di tutto ciò che operai, lo dispongo a bene di tutto il genere umano.
Onde non vorresti tu essere una di queste?

Io mi son vista tutta confusa e non ho saputo che rispondere, e Gesù mi è scomparso; ma dopo poco è ritornato, ed insieme vedevo varie persone che molto temevano della morte.
Ond’io vedendo ciò ho detto:
Amabile mio Gesù, sarà difetto in me questo non temere la morte, mentre veggo che tanti la temono? Ed io, invece, pensando solo che la morte mi unirà per sempre con te e terminerà il martirio della mia dura separazione, il pensiero della morte non solo non mi dà nessun timore, ma mi è di sollievo, mi dà pace e ne faccio festa, lasciando da banda tutte le altre conseguenze che porta con sé la morte.

E Gesù:
Figlia, in verità quel timore stravagante di morire è sciocchezza mentre ognuno tiene tutti i miei meriti, virtù ed opere per passaporto per entrare in cielo, avendone [io] fatto a tutti donazione; molto più si profittano di questa mia donazione chi ha aggiunto il suo, e con tutta questa roba, qual timore si può avere della morte?
Mentre con questo sicurissimo passaporto l’ani­ma può entrare dove vuole, e tutti per riguardo del passaporto la rispettano e le fanno il passaggio.

A te poi, questo non temere affatto la morte, avviene d[all]’aver trattato con me ed avere sperimentato quanto è dolce e cara l’unione col sommo Bene; ma sappi però che il più gradito omaggio che offrire mi si possa, è desiderare di morire per unirsi con me, ed è la più bella disposizione per l’anima per purgarsi, e senza alcuno intervallo passare a dirittura per la via del cielo
Pare che continua un poco a venire il mio adorabile Gesù. Anzi questa mattina trasportandomi fuori di me stessa mi faceva vedere i gravi mali della società e le sue grandi amarezze, ed ha versato abbondante in me parte di ciò che l’amareggiava, e dopo mi ha detto:

Figlia mia, vedi un po’ dove è giunta la cecità degli uomini, fino a voler formare leggi inique e contro loro stessi ed il loro benessere sociale.
Figlia mia, perciò ti chiamo di nuovo alle sofferenze, affinché offrendoti con me alla divina giustizia, quelli che la devono combattere questa legge del divorzio ottengano lume e grazia efficace per riuscire vittoriosi.

Figlia mia, io tollero che facessero guerre, rivoluzioni, che il sangue dei nuovi martiri inondasse il mondo, questo è onore per me e per la mia Chiesa; ma questa legge brutale è uno sfregio alla Chiesa, ed a me abominevole ed intollerabile
Figlia mia, non può essere veramente degno di me, se non chi ha vuotato tutto da dentro di sé e si è riempito tutto di me, in modo da formare di sé un oggetto tutto d’amore divino, tanto che deve giungere a formare la sua vita il mio amore, ed [essa deve giungere] ad amarmi non col suo ma col mio amore.

Poi ha soggiunto:
Che significa[no] quelle parole: ‘Ha deposto dal trono i potenti ed ha esaltato i piccoli’? Che l’anima distruggendo affatto sé stessa si riempie tutta di Dio; ed amando Dio con Dio medesimo, Iddio esalta l’anima ad un amore eterno, e questa è la vera e la più grande esaltazione ed insieme la vera umiltà.

Poi ha ripetuto:
Il vero segno per conoscere se si possiede questo amore è se l’anima di niuna cosa si cura che solo d’amar Dio, di farlo conoscere e fare che tutti l’amassero.

Poi ritirandosi nel mio interno ho sentito che pregava dicendo:

Sempre Santa ed indivisibile Trinità, vi adoro profondamente, vi amo intensamente, vi ringrazio perpetuamente per tutti e nei cuori di tutti.

E così l’ho passato, che lo sentivo quasi sempre che pregava dentro di me, ed io insieme con lui
Questa mattina dopo avere molto aspettato, finalmente ho trovato il mio dolcissimo Gesù, e querelandomi con lui gli ho detto:
Diletto mio Bene, come mi fate tanto aspettare? Forse non sapete che senza di voi non posso vivere e l’anima mia prova un continuo morire?
E lui:
Diletta mia, ogni qual volta tu cerchi me, ti disponi a morire, perché in realtà che cosa è la morte se non l’unione stabile, permanente con me?

Tale fu la mia vita, un continuo morire per amor tuo, e questa continua morte fa la preparazione al grande sacrifizio di morire sulla croce per te.

Sappi che chi vive nella mia umanità, e delle opere della mia umanità si pasce, forma di sé un grand’albero, pieno di fiori e frutti abbondanti, e questi formano il nutrimento di Dio e dell’anima; chi fuori della mia umanità vive, le sue opere sono odiose a Dio ed infruttuose per sé stesso